venerdì 25 gennaio 2008

MAURO COVACICH, A PERDIFIATO

In questi giorni di riposo forzato per riprendermi dall’infiammazione al tendine rotuleo, ho colto l’occasione per leggere questo libro. E’ un romanzo, ma la corsa è presente.Nelle recensioni trovate in rete ne avevo letto bene e anche io sono rimasto molto soddisfatto. Il libro infatti mi è piaciuto molto, si fa leggere molto volentieri.

Riporto il riassunto della quarta di copertina:
Dario Rensich è arrivato sesto alla maratona di New York. Un risultato lusinghiero, quanto basta per diventare un apprezzato allenatore della Federazione, che lo manda in Ungheria con l’incarico di preparare per la maratona un gruppo di giovani mezzofondiste, determinate ad afferrare l’occasione per emergere. Un tormentoso iter per l’adozione di Fiona, la bimba che lui e la moglie Maura “aspettano”, sembra giunto alle ultime battute proprio in coincidenza con la partenza di Dario per Szeged, la cittadina in riva al Danubio. Il fiume in agonia, inquinato dal cianuro, accompagna l’allenamento delle sette ambiziose diciottenni, tra le quali spicca l’imperscrutabile, magnetica Agota…
Segnato dalla disciplina della corsa, A perdifiato è un romanzo sul fuggire. Un libro inquieto, carico di forza e ambiguità, in cui tutte le vicende, come l’appassionante maratona finale, accelerano assumendo una piega sempre più imprevedibile.

Il racconto inizia così:
Sono appena rientrato dall’allenamento – oggi Corto Lento, nove chilometri senza cardiofrequenzimetro – e sento Maura al telefono che dice: “Sèghed? Si pronuncia così? Sèghed?”

Alla televisione, credo in un servizio del Tg, uomini con mascherina e impermeabile giallo buttano in mezzo alla strada dei pesci enormi aiutandosi con forconi da contadino. Sotto i covoni di pesci boccheggianti, nell’angolo in basso a destra dello schermo, c’è la scritta SZEGED.
Maura sta indicando la televisione come per spiegarmi qualcosa e intanto continua a ripetere al telefono: “Sèghed. Sì, sì, Sèghed, ho capito. Gli dico di chiamarti dopo la doccia”. Il sudore mi brucia gli occhi. Sento Sèghed. Leggo SZEGED. L’unico dettaglio che mi appare chiaro è che quel posto con i pesci enormi buttati sulla strada è lo stesso della sua telefonata. Quando mette giù, si gira con l’aria di una che è stata or ora tagliata via dal suo corpo, l’aria di una testa decapitata. Tenendo il dito ancora puntato sui pesci , riesce a dirmi solo:
-Devi andare lì.

Non faccio un riassunto completo nel caso qualcuno sia rimasto incuriosito e decida di acquistarlo. In tal caso… Buona lettura!

4 commenti:

Mathias ha detto...

intrigante..grazie per il consiglio. Lo appunto tra i libri che vorrei leggere :)

mario ha detto...

meno male che non hai scritto il finale!!!!!!
Ciao

federico ha detto...

Di Mauro Covacich ho letto un suo articolo pubblicato su "il foglio" di oltre dieci anni fa. Quell'articolo è diventato per me la bibbia del maratoneta. Egli descriveva le sue emozioni e le sue sensazioni della sua maratona di New York. Del fatto che aveva corso con il dolore che gli paralizzava le gambe e della grande forza di correre contro ogni logica dettata dal cervello. Consiglio a tutti i maratoneti di leggerlo perchè in quell'articolo troverete un po di voi stessi. Io corro ed ho fatto moltissime maratone, Berlino, Parigi, Barcellona e a Novembre dovrei fare New York. Dico dovrei perchè ho un dolore al nervo sciatico che mi assale da Gennaio e che ancora non mi passa. Sento una disperazione dentro di me. Non per il dolore del nervo. Ma per il fatto che questo mi impedisca di andare a correre e che forse mi costringerà a rinunciare alla corsa della mia vita.
Franco Della Ducata

franchino ha detto...

Grazie della visita Franco, dove si può trovare l'articolo che hai citato?